Ancora “veleni” sulla nave di Cetraro

16 11 2009

Sarà pure la Catania come ha rivelato il rov della Mare Oceano, ma i “veleni” la nave affondata a largo di Cetraro continua a spargerli. Non quelli radioattivi precisiamo subito, ma quelli della polemica che non ha mai smesso di essere alimentata da dichiarazioni e sospetti. Prima il botta e risposta tra governo nazionale e regionale sulla questione dei tempi di intervento e sull’eccessivo allarmismo, poi le richieste di chiarimenti in merito alle risultanze degli esami, i dubbi e le perplessità sulla esatta natura del relitto e sulla posizione in mare diversa, secondo alcuni, da quella dove dovrebbe trovarsi il Catania sulla base delle vecchie mappe nautiche… Domani l’Espresso aggiungerà una pagina importante alla vicenda mediatica, secondo i giornalisti del settimanale il caso non è chiuso e il relitto individuato non è quello della nave passeggeri affondata nel 1917 da un sommergibile tedesco. Ma prima che l’articolo arrivi in edicola il Ministero dell’Ambiente corre ai ripari e, oltre a emettere una nota che sottolinea la corrispondenza tra il relitto oggetto delle indagini della Mare Oceano con quello individuato e filmato nel settembre scorso, ribadisce che in fondo al mare di Cetraro giace la Catania, nome che compare sulla fiancata e a poppa del relitto. La posizione della nave potrebbe risultare diversa da quella indicata sulle vecchie mappe, discrepanza da mettere in relazione con i diversi strumenti a disposizione nelle due epoche. Ma per fare ulteriore chiarezza e sgombrare il campo dai dubbi, il ministero, di comune accordo con la DDA di Catanzaro ha deciso di pubblicare tutte le immagini girate dalla Mare Oceano… da domani sulle pagine del sito del Ministero si potranno visionare i filmati realizzati sui fondali del Tirreno. Navigando sul Web chiunque potrà vedere riemergere la Nave di Cetraro e scoprire il suo mistero…

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L’Espresso smentisce le ricerche fatte sulla “nave dei veleni”.

6 11 2009

ROMA – Quella in fondo al mare di Cetraro, scoperta la scorsa settimana e risultata – secondo il ministero dell’Ambiente – una nave passeggeri – la Catania – affondata nel 1917 e non la tanto temuta “nave dei veleni”, potrebbe rivelarsi invece la “nave delle bugie”. In questa storia, in altre parole, c’è qualcuno che non dice la verità.

L’Espresso, oggi in edicola, pubblica un articolo di Riccardo Bocca, nel quale viene riportata la trascrizione della testimonianza audio del pilota del Rov – Remotely Operated Vehicle, il congegno meccanico dotato di telecamera per l’esplorazione dell’ambiente sottomarino – che il 12 settembre scorso scese a 470 metri per verificare se nelle stive di quello scafo c’erano o no dei bidoni sospetti.

Il pilota parla di due stive pienissime di bidoni, tanto piene da non permettere l’ingresso neanche ai pesci. E questo non coincide affatto con quanto affermato dal ministero dell’Ambiente, che ha sempre detto che le stive della Catania erano vuote. Lo stesso pilota parla poi di uno scafo con una fiancata alta 6-7 metri e con una parte dello scafo interrato, mentre la Catania non era alta più di 5,5 metri.

E ancora: le coordinate del punto in cui il primo Rov scese in cerca dei presunti veleni il 12 settembre scorso, sono diverse da quelle in cui è sceso il secondo Rov, sulla verticale della Catania. C’è una differenza di 3 miglia e mezzo, tra la prima nave con le stive piene e la seconda, con le stive vuote.

Insomma, dichiarazioni che smentiscono di fatto la ricostruzione fatta giovedì scorso alla Direzione Nazionale Antimafia, alla presenza del ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, del Procuratore Piero Grasso, e del capo della Direzione distrettuale Antimafia di Catanzaro, Vincenzo Lombardo.

Il confronto fra le affermazioni del pilota del Rov con quelle ufficiali del Governo e dei magistrati, pone diversi interrogativi. Ma uno, prima di tutti: i filmati e le immagini portate a testimonianza dalle pubbliche autorità giovedì scorso alla Direzione Nazionale Antimafia si riferiscono ad una nave che non è quella che si sarebbe dovuta cercare?

Da http://www.republica.it





Caso chiuso a Cetraro, ma anche quello delle navi dei veleni?

2 11 2009

L’impressione che si è avuta dalla conferenza stampa di ieri indetta dal ministro dell’ambiente e che il ministro Stefania Prestigiacomo si volesse prendere una qualche rivincita rispetto alla “fastidiosa” campagna sulle navi dei veleni ripartita dopo le (nuove ed ultime) rivelazioni del pentito di “‘Ndrangeta. Il rischio è che ora con il mancato ritrovamento del relitto della Cunsky (che pure da qualche parte sarà finita con il suo carico di veleni) spariscono dall’orizzonte informativo e politico dati certi, come l’inquinamento radioattivo di un pezzo di costa calabrese, i rifiuti e i bidoni contenenti materiali irritanti e velenosi pescati con le reti e rigettati in mare, le intercettazioni telefoniche che confermano il traffico di rifiuti pericolosissimi e l’affondamento di interi navi e di interi carichi, le stesse dichiarazioni di rappresentanti dell’attuale e dei passati governi, gli atti ufficiali delle commissioni antimafia e sui rifiuti…

«Il caso Cetraro è chiuso – ha detto la Prestigiacomo – Il relitto a largo delle coste della Calabria non è la nave dei veleni ma è la nave passeggeri “Catania”, costruita a Palermo nel 1906 e silurata nel corso della Prima guerra mondiale il 16 marzo 1917» nella conferenza stampa di ieri pomeriggio, anticipata di un giorno «per rassicurare la popolazione calabrese e tutta l’opinione pubblica» ed alla quale ha partecipato anche il procuratore nazionale Antimafia Piero Grasso.

I primi rilievi della nave “Mare Oceano” sull’area del relitto escludono l’esistenza di inquinamento radioattivo. Secondo il ministro «Si chiude così un caso che ha destato profondo allarme e polemiche roventi sull’utilizzo che si è fatto delle notizie sull’inchiesta in corso in Calabria sulla base delle affermazioni di un pentito di mafia. Timori sparsi a piene mani, ma dimostratisi ingiustificati, che hanno portato molta paura tra i cittadini, hanno inibito l’attività di pesca e creato allarme tra gli operatori turistici. Vicende come queste vanno seguite con più prudenza e responsabilità. Abbiamo registrato un tentativo di soffiare su questa vicenda da parte di chi, amministratori e sindaci, avrebbero dovuto agire con più cautela. Abbiamo registrato ostilità a tutti costi delle autorità regionali verso il governo. Oggi è giusto rassicurare al più presto l’opinione pubblica e la popolazione calabrese».

Giustissimo, ma rassicurare non vuol dire minimizzare e far scomparire una vicenda, quella delle navi dei veleni, che ha riscontri pesantissimi. Martedì scorso, dopo la diffusione della notizia che il relitto di Cetraro non era la Cunski, il deputato del Pd Ermete Realacci ricordava: «Qui non si tratta di fare allarmismo o meno. I traffici di rifiuti tossici e radioattivi che hanno interessato il nostro Paese, le vicende delle navi misteriosamente affondate, la radioattività accertata su alcune aree della costa calabrese, sono fatti di straordinaria gravità documentati in atti parlamentari e nelle inchieste condotte dalla magistratura da oltre dieci anni a questa parte. Nella mozione bipartisan che abbiamo presentato insieme al collega Fabio Granata chiediamo al Governo di fare luce su questa drammatica vicenda una volta per tutte, con le risorse e i mezzi necessari e soprattutto coinvolgendo tutti i ministeri interessati».

L’atteggiamento di “rivincita” del ministro dell’ambiente, che dimostra ancora una volta di mal sopportare le critiche, è diverso da quello più prudente e consapevole del procuratore nazionale Antimafia: «Fino a 300 metri di profondità e per un raggio di 7 chilometri sono da escludere tracce di contaminazione radioattiva – ha detto Grasso – Questi accertamenti non possono certo dissipare i dubbi. Dobbiamo continuare a difendere il territorio dall’attacco della mafia. Il caso-Cetraro è chiuso, ma il caso-mare di Calabria no. Non bisogna abbassare la guardia».

Grasso sa bene che agli atti delle indagini coordinate da Alberto Cisterna, magistrato della Direzione Distrettuale antimafia di Reggio Calabria, sulle navi dei veleni, vengono riportate conversazioni tra due potenti boss della ‘ndrangheta che, parlando dello smaltimento in mare dei rifiuti tossici: «Basta essere furbi, aspettare delle giornate di mare giusto, e chi vuoi che se ne accorga?», dice uno. L’altro sembra avere qualche dubbio: «E il mare? Che ne sarà del mare della zona se l’ammorbiamo?». Il primo risponde: «Ma sai quanto ce ne fottiamo del mare? Pensa ai soldi che con quelli, il mare andiamo a trovarcelo da un’altra parte…»

Le parole prudenti e preoccupate del procuratore antimafia per un possibile calo di attenzione e di impegno, somigliano molto a quanto detto dal vice-presidente nazionale di Legambiente, Sebastiano Venneri, «Il risultato dell’indagine su Cetraro non deve in alcun modo rappresentare una battuta d’arresto nella ricerca della verità sulle navi dei veleni e su tutte le vicende relative ai traffici illeciti di rifiuti tossico-nocivi e radioattivi nel nostro Paese. Che l’Italia e il Mediterraneo siano stati teatro di smaltimenti illeciti, non è infatti una fantasia ambientalista ma un fatto, denunciato e provato da molteplici fonti e indagini. Se si fosse intervenuti con maggiore prudenza e determinazione nel verificare le fonti e nel cercare il relitto avremmo probabilmente ottenuto la verità, in tempi più brevi e con minor spreco di energie. Bisogna partire dai fatti concreti quindi, a cominciare da quel che il sottosegretario Roberto Menia sostiene nella risposta alla recente interrogazione parlamentare dell’on Realacci su questo tema, per cui “sono certe le notizie inerenti l’affondamento di una nave carica di rifiuti tossico farmaceutici ad opera della ‘ndrangheta al largo delle coste livornesi”. Al di là della Cunsky sarebbe bene continuare con impegno la ricerca della verità su questa vicenda come su quella relativa alla Rigel, sulla quale pesa una sentenza definitiva della Cassazione per affondamento doloso e carico difforme. Non possiamo abbassare la guardia. Dobbiamo invece essere consapevoli che una maggiore prudenza nella verifica delle fonti insieme ad una maggiore determinazione nella ricerca della verità ci permetterà in futuro di raggiungere risultati più utili e significativi, con minor spreco di fondi ed energie».

di Umberto Mazzantini su Greenreport.itgreenreport.it





Le navi dei veleni potrebbero essere ben 55!

27 09 2009

magistratura

Le voci si rincorrono e, di conseguenza, aumentano la tensione. Il caso, ormai nazionale, delle navi dei veleni, come è noto, è approdato anche sui tavoli romani. Secondo il quotidiano Calabria Ora, in edicola oggi,
sarebbero cinquantacinque le “navi a perdere” che avvelenano i mari calabresi o che rischiano di avvelenarli. Il dato, infatti, questa volta ha una fonte ufficiale: lo ha riferito l’ammiraglio Bruno Branciforte al Copasir, Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica presieduto da Francesco Rutelli. È solo un “assaggio” della relazione più dettagliata che il nuovo capo dell’Aise (ex Sismi) dovrà illustrare nella prossima settimana davanti allo stesso Copasir.
Secondo l’ammiraglio Branciforte i siti nei quali si troverebbero le navi sarebbero stati segnalati in passato alla





La nave dei veleni torna a galla…. Un’area radioattiva a pochi chilometri dal luogo del naufragio della motonave Rosso. Il sospetto di altri traffici di sostanze tossiche via mare. Con una grave minaccia per la salute. Ecco le ultime scoperte degli investigatori

20 08 2009

Alla fine è emerso il peggio del peggio. Si è trovata un’area collinare, a pochi chilometri dal litorale cosentino, contaminata dalla radioattività. Si è scoperto che in quella stessa zona è avvenuto lo smaltimento di rifiuti tossici provenienti dalle lavorazioni industriali. Sono spuntate testimonianze che collegano questi ritrovamenti a traffici, via mare, di scorie pericolose. E soprattutto, si è riscontrato nei comuni limitrofi l’aumento dei tumori maligni, con un pericolo a tutt’oggi incombente sulla popolazione.

VIDEO Gli intrecci dei veleni sulle coste calabresi

Una vicenda terribile che parte il 14 dicembre 1990 dalla spiaggia di Formiciche, Calabria, mezz’ora di macchina a nord di Lamezia Terme. Pochi ombrelloni sparsi, turismo familiare e l’azzurro tenue del mare costeggiato dalla ferrovia. Qui, 19 anni fa, si è arenata davanti agli occhi perplessi dei residenti la motonave Rosso. Secondo l’armatore Ignazio Messina, si trattò di un incidente provocato dal mare in burrasca. Ai magistrati, invece, venne il dubbio che a bordo ci fossero sostanze tossiche o radioattive: bidoni che avrebbero dovuto essere smaltiti sui fondali marini, e che causa maltempo sarebbero finiti sulla costa, per poi sparire nell’entroterra. A lungo, come riferito in numerosi articoli da “L’espresso”, gli investigatori hanno cercato di scoprire la verità. Sia sul carico della Rosso, sia sulle altre carrette del mare: imbarcazioni in condizioni pietose, mandate a picco nel Mediterraneo colme di scorie. Un lavoro segnato da mille ostacoli e costanti minacce. Il 13 dicembre 1995, dentro questo scenario, è morto in circostanze più che sospette il capitano di corvetta Natale De Grazia, consulente chiave della procura di Reggio Calabria. E intanto, dall’intreccio tra Italia e altre nazioni (europee e non, comunque disposte a tutto per smaltire pattume tossico) sono uscite le figure di agenti segreti, politici ai massimi livelli, faccendieri massoni e onorati membri della ‘ndrangheta. Ma nonostante le migliaia di verbali, di indizi, di indicazioni sui presunti luoghi di occultamento, non si è raggiunta per anni la certezza. Ancora il 13 maggio scorso, il gip Salvatore Carpino si è trovato ad archiviare il sospetto di affondamento doloso e truffa pendente sugli armatori Messina. E loro hanno festeggiato: dichiarando che quest’atto chiude una stagione di “accuse infondate, calunnie, subdole diffamazioni e campagne stampa fondate sul nulla”.

Tutto a posto dunque? Nessuno ha trafficato via mare in rifiuti nucleari? Nessuno, soprattutto, è più autorizzato a ipotizzare retroscena inconfessabili per il caso “Rosso”? La risposta è no, purtroppo: niente è ancora tranquillo in Calabria. Poco è stato definitivamente chiarito, in questa storia, e il primo a riconoscerlo è il procuratore capo di Paola, Bruno Giordano: il quale non soltanto sta continuando a indagare, ma ha trovato quello che si sospettava da anni: appunto la presenza, a pochi chilometri dalla spiaggia di Formiciche, sulla strada provinciale 53 che sale in collina, di un’area radioattiva. “Prudenza e determinazione”, sono comunque le parole d’ordine. “Anzi: ancora più prudenza che determinazione”, si corregge Giordano. Teme si scateni il panico, in quest’angolo di campagna che prende i nomi di Petrone- Valle del Signore e Foresta, e che è incastrato tra i comuni di Aiello Calabro e Serra d’Aiello, lungo il greto del fiume Oliva. Già nel 2004, l’Arpacal (Agenzia regionale protezione ambiente calabrese) aveva qui scoperto metalli pesanti e granulato di marmo, utilizzato dalla malavita per schermare la radioattività.

Allora, il perito Ornelio Morselli certificò la presenza eccedente di rame e zinco, ma anche di policlorobenzeni (Pcb) con “caratteristiche tossicologiche analoghe alle diossine”. Se a questo si somma che un funzionario dell’ex genio civile, ha ammesso di avere visto un fusto nella briglia del fiume Oliva, si capisce perché l’ex pm di Paola, Francesco Greco, abbia ipotizzato un nesso tra il ritrovamento dei rifiuti e la motonave Rosso; e più in generale, un legame tra le sostanze tossiche e i traffici marittimi. Una tesi che qualcuno ha cercato di catalogare come azzardata, ma che oggi, con il ritrovamento di un documento inedito, assume tutt’altro spessore. Nel 2005, infatti, un investigatore della procura di Paola ha accompagnato al fiume Oliva Amerigo Spinelli, poliziotto municipale di Amantea (paesino accanto alla spiaggia di Formiciche). E nella sua relazione finale, ha scritto: “Spinelli indicò un’area che (…) corrisponde al greto della località Valle del Signore ed aree adiacenti “. Di più: Spinelli ha riferito “che un’ampia zona compresa tra la predetta zona e almeno 200 metri a ovest (…) era stata interessata dal deposito di rifiuti/materiali derivanti dallo smantellamento della motonave Rosso”.

Da L’Espresso