“Pineta, Spiagge e Fondali Puliti” promossa da Legambiente a Lamezia

15 06 2010

Imparare a mantenere pulite le spiagge e promuovere una maggiore attenzione alla tutela del mare e del territorio: e’ questo lo scopo dell’iniziativa “Pineta, spiagge e fondali puliti”, promossa dal Comune di Lamezia Terme, dalla Lamezia Multiservizi e dalle associazioni presenti sul territorio (Finestre sul Mediterraneo, Ge.Co., Legambiente Circolo Icaro, Aspilos Magola’, San Pietro Lametino, Marineland, Arci Servizio Civile, Agesci, Gaia Uisp Lega Montagna, Mare Vivo, Protezione Civile “Malgrado Tutto”, Club Scherma Lamezia Asd, Arn nlus, molte delle quali appartenenti al comitato “Salviamoci il mare”).
L’appuntamento e’ per domenica 20 giugno alle 8.30 al lido dei finanzieri in localita’ Marinella. Il servizio navette, messo a disposizione dalla Lamezia Multiservizi, partira’ alle 8.10 da piazza della Repubblica, alle 8.20 da piazza Fiorentino e alle 8.40 zona locomotiva (Sant’Eufemia). I volontari che prenderanno parte all’iniziativa, saranno impegnati durante tutta la mattinata a pulire il tratto di spiaggia lametina compresa tra le localita’ Marinella e Cafarone.

Tutti al mare, quindi, muniti di guanti e sacchi per ripulire il tratto di costa da buste di plastica, scatolette, fazzoletti, mozziconi di sigarette e elettrodomestici che deturpano quello che e’ il nostro patrimonio. In particolare, la squadra di sub dell’associazione Mare Vivo si dedichera’ alla pulizia del fondale.

Nel corso dell’iniziativa verra’ distribuita acqua ai partecipanti da parte di un’azienda sponsor della manifestazione. “E’ un’iniziativa significativa, – ha detto il sindaco Gianni Speranza – un modo per sensibilizzare i cittadini ad avere comportamenti civili e rispettosi dell’ambiente, contribuendo tutti insieme a mantenere pulito il territorio”.





La denuncia di Legambiente. La Calabria tra le quattro regioni con maggior il numero di illegalità ambientali

24 02 2010


Un paese bloccato”, si potrebbe dire ‘spezzato’ in due dalla crisi che ha amplificato – e amplifica – “il divario tra nord e sud”: la situazione è “grave per la mobilità, la legalità, i rifiuti” e nello specifico sembra “decisamente negativa la performance italiana relativa alle emissioni climalteranti” con una produzione di Co2 pari a “550 milioni di tonnellate” che piazzano l’Italia al terzo posto in Europa.

Questa la fotografia sullo stato di salute ambientale del nostro Paese scattata dall’annuale rapporto di Legambiente ‘Ambiente Italia 2010’, presentato oggi a Roma. Secondo il rapporto – elaborato dall’istituto di ricerche Ambiente Italia e edito da edizioni Ambiente, e che quest’anno propone che i singoli temi diventino elementi “concreti” di sfida in vista delle prossime elezioni regionali – “la crescita delle emissioni lorde italiane è stata del 7,1%, soprattutto a causa dell’aumento dei consumi per trasporti (più 24%), della produzione di energia elettrica (più 14%) e della produzione di riscaldamento per usi civili (più 5%).

Mentre le emissioni nette sono cresciute del 5%”. A proposito di energia, per le regioni del nord c’é l’idroelettrico mentre al Sud bisogna “spingere l’eolico e il solare fotovoltaico, biomasse e geotermia”. Per quanto riguarda la mobilità, “l’Italia è il Paese con la più elevata quantità pro-capite di mobilità motorizzata: i mezzi privati nel trasporto terrestre coprono circa l’82% della domanda”, con “le merci che continuano a viaggiare prevalentemente su strada (quasi 72% nel 2008), poco in nave (18,3%) e pochissimo su ferrovia (9,8%)”. In tema di rifiuti, “la raccolta differenziata vola in Trentino Alto Adige (53,4%), Veneto (51,4%), Piemonte (44,8%) e Lombardia (44,5%) e langue spaventosamente al sud, in particolare in Molise (4,8%) e Sicilia (6,1%)”.

L’illegalità ambientale, “pur essendo diffusa in tutto il Paese, continua a caratterizzare pesantemente le quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa: Campania, Calabria, Sicilia e Puglia”





Caso chiuso a Cetraro, ma anche quello delle navi dei veleni?

2 11 2009

L’impressione che si è avuta dalla conferenza stampa di ieri indetta dal ministro dell’ambiente e che il ministro Stefania Prestigiacomo si volesse prendere una qualche rivincita rispetto alla “fastidiosa” campagna sulle navi dei veleni ripartita dopo le (nuove ed ultime) rivelazioni del pentito di “‘Ndrangeta. Il rischio è che ora con il mancato ritrovamento del relitto della Cunsky (che pure da qualche parte sarà finita con il suo carico di veleni) spariscono dall’orizzonte informativo e politico dati certi, come l’inquinamento radioattivo di un pezzo di costa calabrese, i rifiuti e i bidoni contenenti materiali irritanti e velenosi pescati con le reti e rigettati in mare, le intercettazioni telefoniche che confermano il traffico di rifiuti pericolosissimi e l’affondamento di interi navi e di interi carichi, le stesse dichiarazioni di rappresentanti dell’attuale e dei passati governi, gli atti ufficiali delle commissioni antimafia e sui rifiuti…

«Il caso Cetraro è chiuso – ha detto la Prestigiacomo – Il relitto a largo delle coste della Calabria non è la nave dei veleni ma è la nave passeggeri “Catania”, costruita a Palermo nel 1906 e silurata nel corso della Prima guerra mondiale il 16 marzo 1917» nella conferenza stampa di ieri pomeriggio, anticipata di un giorno «per rassicurare la popolazione calabrese e tutta l’opinione pubblica» ed alla quale ha partecipato anche il procuratore nazionale Antimafia Piero Grasso.

I primi rilievi della nave “Mare Oceano” sull’area del relitto escludono l’esistenza di inquinamento radioattivo. Secondo il ministro «Si chiude così un caso che ha destato profondo allarme e polemiche roventi sull’utilizzo che si è fatto delle notizie sull’inchiesta in corso in Calabria sulla base delle affermazioni di un pentito di mafia. Timori sparsi a piene mani, ma dimostratisi ingiustificati, che hanno portato molta paura tra i cittadini, hanno inibito l’attività di pesca e creato allarme tra gli operatori turistici. Vicende come queste vanno seguite con più prudenza e responsabilità. Abbiamo registrato un tentativo di soffiare su questa vicenda da parte di chi, amministratori e sindaci, avrebbero dovuto agire con più cautela. Abbiamo registrato ostilità a tutti costi delle autorità regionali verso il governo. Oggi è giusto rassicurare al più presto l’opinione pubblica e la popolazione calabrese».

Giustissimo, ma rassicurare non vuol dire minimizzare e far scomparire una vicenda, quella delle navi dei veleni, che ha riscontri pesantissimi. Martedì scorso, dopo la diffusione della notizia che il relitto di Cetraro non era la Cunski, il deputato del Pd Ermete Realacci ricordava: «Qui non si tratta di fare allarmismo o meno. I traffici di rifiuti tossici e radioattivi che hanno interessato il nostro Paese, le vicende delle navi misteriosamente affondate, la radioattività accertata su alcune aree della costa calabrese, sono fatti di straordinaria gravità documentati in atti parlamentari e nelle inchieste condotte dalla magistratura da oltre dieci anni a questa parte. Nella mozione bipartisan che abbiamo presentato insieme al collega Fabio Granata chiediamo al Governo di fare luce su questa drammatica vicenda una volta per tutte, con le risorse e i mezzi necessari e soprattutto coinvolgendo tutti i ministeri interessati».

L’atteggiamento di “rivincita” del ministro dell’ambiente, che dimostra ancora una volta di mal sopportare le critiche, è diverso da quello più prudente e consapevole del procuratore nazionale Antimafia: «Fino a 300 metri di profondità e per un raggio di 7 chilometri sono da escludere tracce di contaminazione radioattiva – ha detto Grasso – Questi accertamenti non possono certo dissipare i dubbi. Dobbiamo continuare a difendere il territorio dall’attacco della mafia. Il caso-Cetraro è chiuso, ma il caso-mare di Calabria no. Non bisogna abbassare la guardia».

Grasso sa bene che agli atti delle indagini coordinate da Alberto Cisterna, magistrato della Direzione Distrettuale antimafia di Reggio Calabria, sulle navi dei veleni, vengono riportate conversazioni tra due potenti boss della ‘ndrangheta che, parlando dello smaltimento in mare dei rifiuti tossici: «Basta essere furbi, aspettare delle giornate di mare giusto, e chi vuoi che se ne accorga?», dice uno. L’altro sembra avere qualche dubbio: «E il mare? Che ne sarà del mare della zona se l’ammorbiamo?». Il primo risponde: «Ma sai quanto ce ne fottiamo del mare? Pensa ai soldi che con quelli, il mare andiamo a trovarcelo da un’altra parte…»

Le parole prudenti e preoccupate del procuratore antimafia per un possibile calo di attenzione e di impegno, somigliano molto a quanto detto dal vice-presidente nazionale di Legambiente, Sebastiano Venneri, «Il risultato dell’indagine su Cetraro non deve in alcun modo rappresentare una battuta d’arresto nella ricerca della verità sulle navi dei veleni e su tutte le vicende relative ai traffici illeciti di rifiuti tossico-nocivi e radioattivi nel nostro Paese. Che l’Italia e il Mediterraneo siano stati teatro di smaltimenti illeciti, non è infatti una fantasia ambientalista ma un fatto, denunciato e provato da molteplici fonti e indagini. Se si fosse intervenuti con maggiore prudenza e determinazione nel verificare le fonti e nel cercare il relitto avremmo probabilmente ottenuto la verità, in tempi più brevi e con minor spreco di energie. Bisogna partire dai fatti concreti quindi, a cominciare da quel che il sottosegretario Roberto Menia sostiene nella risposta alla recente interrogazione parlamentare dell’on Realacci su questo tema, per cui “sono certe le notizie inerenti l’affondamento di una nave carica di rifiuti tossico farmaceutici ad opera della ‘ndrangheta al largo delle coste livornesi”. Al di là della Cunsky sarebbe bene continuare con impegno la ricerca della verità su questa vicenda come su quella relativa alla Rigel, sulla quale pesa una sentenza definitiva della Cassazione per affondamento doloso e carico difforme. Non possiamo abbassare la guardia. Dobbiamo invece essere consapevoli che una maggiore prudenza nella verifica delle fonti insieme ad una maggiore determinazione nella ricerca della verità ci permetterà in futuro di raggiungere risultati più utili e significativi, con minor spreco di fondi ed energie».

di Umberto Mazzantini su Greenreport.itgreenreport.it





Solidarietà dal WWF a Bevilacqua dopo gli attacchi seguiti alla proposta per l’istituzione del Parco del Reventino

29 09 2009

17/9/2009 – Di fronte agli attacchi a seguito della proposta di istituzione del Parco Regionale del Reventino, il WWF Calabria rinnova la propria stima al già Delegato Regionale Francesco Bevilacqua.

Il WWF Calabria rinnova la propria stima e il proprio apprezzamento per l’attività che l’Avv. Francesco Bevilacqua svolge da oltre 25 anni in favore della natura calabrese.
In particolare il WWF stigmatizza gli attacchi di cui Bevilacqua è stato oggetto in questi giorni sulla stampa da parte del consigliere comunale di Platania, Isabella, rispetto alla proposta, pienamente condivisa e sostenuta dal WWF Calabria, di realizzare un parco naturale nell’area del Monte Reventino.
Del tutto insostenibili i motivi che, a detta di Isabella, avrebbero indotto Bevilacqua a schierarsi a favore del parco, nonché le prerogative necessarie richieste, sempre secondo Isabella, per conoscere e difendere il Reventino, come l’essere nati in montagna “anziché in ospedale”, l’essere contadini, pastori o quanto meno proprietari terrieri di quelle zone.
Sarebbe come dire che per lottare a favore delle foreste dell’Amazzonia o dei ghiacci del Polo Nord bisogna essere o degli Indios o degli Eschimesi.
Con la differenza che in Calabria non sempre i residenti hanno dato prova di saper tutelare e gestire con oculatezza e in maniera sostenibile il proprio territorio, prova ne sia la pervicace opera di saccheggio e di rapina di coste e montagne, di boschi e di fauna selvatica che ha caratterizzato il rapporto con l’ambiente soprattutto negli ultimi decenni, provocando, insieme ad immani disastri ambientali, situazioni di degrado sociale e di arretratezza economica.
Lo stesso Isabella infatti, proponendo tutto il campionario di luoghi comuni di chi si oppone alla istituzione delle aree protette paventando chissà quali limitazioni alla libertà delle popolazioni locali, ammette l’esistenza in quelle contrade di realtà diffuse di disagio economico se non di povertà.
Una vera e propria ammissione del fallimento di una mancata politica di tutela e di valorizzazione di tutte le risorse e di tutto il patrimonio anche culturale e storico che solo l’istituzione di un parco, se opportunamente gestito, può garantire, assicurando quanto meno la speranza di un futuro diverso per chi nel parco continua a vivere. Turismo naturalistico, restauro dei centri storici, creazione di centri visita e di musei tematici, aree faunistiche, strutture per l’ospitalità , sentieristica, valorizzazione di prodotti tipici locali, creazione di cooperative, sono solo alcune delle opportunità di sviluppo alternativo che l’istituzione di un parco naturale è stato in grado di offrire là dove le comunità locali hanno partecipato attivamente alla vita del parco, mettendo da parte diffidenze e difesa di interessi corporativi .
Il problema dei vincoli, da sempre agitato come un autentico spauracchio da chi vuole che si continui a sfruttare il territorio come si è sempre fatto, trova una sua opportuna soluzione nel processo di zonizzazione del territorio del parco, con una progressiva rigidità dei divieti proporzionata al valore dl bene natura che si intende proteggere. Quindi non solo nessun impedimento alle attività agricole e silvopastorali, purché condotte secondo criteri compatibili con la conservazione delle risorse, ma addirittura una loro valorizzazione che ne metta in evidenza peculiarità ed elementi tradizionali.
Quanto alle case e ai centri urbani, l’esperienza di molti Parchi anche italiani, dimostra che uno degli obiettivi del parco è proprio quello di creare le condizioni, sia economiche che sociali, per un reinsediamento abitativo, soprattutto in quelle aree spopolate dall’emigrazione, di cui la Calabria e lo stesso comprensorio del Reventino purtroppo sono pieni.
Infine, la “chiamata alle armi” (in senso metaforico si intende) del consigliere Isabella alla categoria dei cacciatori, alimenta il sospetto che l’unico interesse che si voglia difendere in realtà è quello connesso all’attività venatoria. I richiami ad un presunto tetto di superficie protetta che sarebbe già stato superato confermerebbe questa supposizione.
Giova allora ricordare che, al di là delle cervellotiche percentuali fornite da un pietoso piano faunistico, del resto scaduto da oltre un anno, la effettiva percentuale di superficie protetta in Calabria corrisponde al 20.4% del territorio agro-silvo-pastorale.
Una percentuale che non solo è ancora di qualche punto inferiore al massimo previsto dalla legge regionale, ma lontano anche dalla percentuale minima di superficie da adibire a tutela della fauna selvatica prevista dalla legge quadro e da autorevoli interpretazioni.
Sarebbe davvero imperdonabile continuare a consentire la distruzione dei boschi di quella straordinaria montagna con tagli indiscriminati, strade e viadotti, cave, discariche e quant’altro, pur di consentire qualche battuta al cinghiale o qualche appostamento a tordi e beccacce.

(da WWF Italia)