Mare in tempesta, cola a picco il motopesca “Uragano” Pochi minuti e i tre membri dell’equipaggio sono finiti in acqua. A salvarli gli uomini del “Santa Venere”

12 03 2010

Tragedia sfiorata ieri pomeriggio nel golfo di Lamezia Terme per l’affondamento di un peschereccio iscritto nel compartimento di Vibo Marina. Si tratta del motopesca “Uragano”, lungo 18 metri che stava rientrando nel porto cittadino dopo una battuta di pesca notturna. L’imbarcazione, molto probabilmente, mentre si trovava in navigazione a circa sette miglia dalla costa lametina, è stata centrata in pieno da un’onda anomala che l’ha capovolta. A nulla sono valsi i tentativi dei tre membri dell’equipaggio di tenerla a galla. Infatti, il natante, in pochi minuti è colato a picco in un punto dove il fondale è profondo circa 350 metri. Questa considerevole profondità non consente il recupero dell’imbarcazione che rappresentava uno dei fiori all’occhiello della flotta peschereccia di Vibo Marina.
I tre membri dell’equipaggio, finiti nel mare in tempesta, si sono salvati per il pronto intervento di un altro Motopesca che in quel momento si trovava a passare a poche decine di metri dal luogo dell’affondamento. Senza perdere un attimo l’equipaggio del Santa Venere, dopo aver lanciato l’Sos, che è stato raccolto dalla sala operativa della Capitaneria di porto di Vibo Marina, ha provveduto a mettere in salvo i tre pescatori che rischiavano di annegare.
Scattato l’allarme, sotto il diretto coordinamento del comandante della Capitaneria di porto, Luigi Piccioli, sul luogo dell’inabissamento del peschereccio è stata inviata una motovedetta. L’imbarcazione di soccorso ha raggiunto il golfo di Lamezia Terme in poco meno di venticinque minuti. Una volta sul posto gli uomini del comandante Piccioli hanno sentito l’equipaggio del Motopesca “Urugano” che se la sono cavata con un grande spavento. Dopo aver effettuato i rilievi del caso il personale della Capitaneria di porto è immediatamente rientrata a Vibo Marina. Ad attendere i naufraghi, i sanitari del 118 che hanno prestato loro le prime cure. Solo uno dei pescatori scampato al pericolo appena raggiunta la banchina è stato colto da un malore. Subito soccorso è stato trasferito al Pronto soccorso dell’ospedale Jazzolino. Dopo le cure del caso è stato dimesso.
Gli uomini della Capitaneria di porto, per ricostruire nei dettagli le varie fasi dell’affondamento del peschereccio, questa mattina riascolteranno i tre membri dell’equipaggio i quali dovranno fornire la loro versione dei fatti. La perdita dell’imbarcazione, per i tre pescatori costituisce un grosso danno economico. Purtroppo le condizioni proibitive del mare non ha consentito all’equipaggio del Santa Venere di salvare il natante in difficoltà. Non è la prima volta che nel golfo di Lamezia Terme, a causa delle avverse condizioni del mare, imbarcazioni di queste dimensioni affondano. Già in passato un altro natante è finito a 350 metri di profondità.
Prezioso in queste situazioni di pericolo, il più delle volte, si è rivelato il pronto intervento delle motovedette della Guardia costiera. La celerità dei soccorsi ha consentito di portare in salvo gli equipaggi e di evitare l’affondamento delle imbarcazioni che sono molto costose specie se sono da diporto. Ancora una volta, le acque del golfo lametino si sono rivelate insidiose per la flotta peschereccia di Vibo Marina.

da Gazzetta del Sud (l.f.)





La nave dei veleni torna a galla…. Un’area radioattiva a pochi chilometri dal luogo del naufragio della motonave Rosso. Il sospetto di altri traffici di sostanze tossiche via mare. Con una grave minaccia per la salute. Ecco le ultime scoperte degli investigatori

20 08 2009

Alla fine è emerso il peggio del peggio. Si è trovata un’area collinare, a pochi chilometri dal litorale cosentino, contaminata dalla radioattività. Si è scoperto che in quella stessa zona è avvenuto lo smaltimento di rifiuti tossici provenienti dalle lavorazioni industriali. Sono spuntate testimonianze che collegano questi ritrovamenti a traffici, via mare, di scorie pericolose. E soprattutto, si è riscontrato nei comuni limitrofi l’aumento dei tumori maligni, con un pericolo a tutt’oggi incombente sulla popolazione.

VIDEO Gli intrecci dei veleni sulle coste calabresi

Una vicenda terribile che parte il 14 dicembre 1990 dalla spiaggia di Formiciche, Calabria, mezz’ora di macchina a nord di Lamezia Terme. Pochi ombrelloni sparsi, turismo familiare e l’azzurro tenue del mare costeggiato dalla ferrovia. Qui, 19 anni fa, si è arenata davanti agli occhi perplessi dei residenti la motonave Rosso. Secondo l’armatore Ignazio Messina, si trattò di un incidente provocato dal mare in burrasca. Ai magistrati, invece, venne il dubbio che a bordo ci fossero sostanze tossiche o radioattive: bidoni che avrebbero dovuto essere smaltiti sui fondali marini, e che causa maltempo sarebbero finiti sulla costa, per poi sparire nell’entroterra. A lungo, come riferito in numerosi articoli da “L’espresso”, gli investigatori hanno cercato di scoprire la verità. Sia sul carico della Rosso, sia sulle altre carrette del mare: imbarcazioni in condizioni pietose, mandate a picco nel Mediterraneo colme di scorie. Un lavoro segnato da mille ostacoli e costanti minacce. Il 13 dicembre 1995, dentro questo scenario, è morto in circostanze più che sospette il capitano di corvetta Natale De Grazia, consulente chiave della procura di Reggio Calabria. E intanto, dall’intreccio tra Italia e altre nazioni (europee e non, comunque disposte a tutto per smaltire pattume tossico) sono uscite le figure di agenti segreti, politici ai massimi livelli, faccendieri massoni e onorati membri della ‘ndrangheta. Ma nonostante le migliaia di verbali, di indizi, di indicazioni sui presunti luoghi di occultamento, non si è raggiunta per anni la certezza. Ancora il 13 maggio scorso, il gip Salvatore Carpino si è trovato ad archiviare il sospetto di affondamento doloso e truffa pendente sugli armatori Messina. E loro hanno festeggiato: dichiarando che quest’atto chiude una stagione di “accuse infondate, calunnie, subdole diffamazioni e campagne stampa fondate sul nulla”.

Tutto a posto dunque? Nessuno ha trafficato via mare in rifiuti nucleari? Nessuno, soprattutto, è più autorizzato a ipotizzare retroscena inconfessabili per il caso “Rosso”? La risposta è no, purtroppo: niente è ancora tranquillo in Calabria. Poco è stato definitivamente chiarito, in questa storia, e il primo a riconoscerlo è il procuratore capo di Paola, Bruno Giordano: il quale non soltanto sta continuando a indagare, ma ha trovato quello che si sospettava da anni: appunto la presenza, a pochi chilometri dalla spiaggia di Formiciche, sulla strada provinciale 53 che sale in collina, di un’area radioattiva. “Prudenza e determinazione”, sono comunque le parole d’ordine. “Anzi: ancora più prudenza che determinazione”, si corregge Giordano. Teme si scateni il panico, in quest’angolo di campagna che prende i nomi di Petrone- Valle del Signore e Foresta, e che è incastrato tra i comuni di Aiello Calabro e Serra d’Aiello, lungo il greto del fiume Oliva. Già nel 2004, l’Arpacal (Agenzia regionale protezione ambiente calabrese) aveva qui scoperto metalli pesanti e granulato di marmo, utilizzato dalla malavita per schermare la radioattività.

Allora, il perito Ornelio Morselli certificò la presenza eccedente di rame e zinco, ma anche di policlorobenzeni (Pcb) con “caratteristiche tossicologiche analoghe alle diossine”. Se a questo si somma che un funzionario dell’ex genio civile, ha ammesso di avere visto un fusto nella briglia del fiume Oliva, si capisce perché l’ex pm di Paola, Francesco Greco, abbia ipotizzato un nesso tra il ritrovamento dei rifiuti e la motonave Rosso; e più in generale, un legame tra le sostanze tossiche e i traffici marittimi. Una tesi che qualcuno ha cercato di catalogare come azzardata, ma che oggi, con il ritrovamento di un documento inedito, assume tutt’altro spessore. Nel 2005, infatti, un investigatore della procura di Paola ha accompagnato al fiume Oliva Amerigo Spinelli, poliziotto municipale di Amantea (paesino accanto alla spiaggia di Formiciche). E nella sua relazione finale, ha scritto: “Spinelli indicò un’area che (…) corrisponde al greto della località Valle del Signore ed aree adiacenti “. Di più: Spinelli ha riferito “che un’ampia zona compresa tra la predetta zona e almeno 200 metri a ovest (…) era stata interessata dal deposito di rifiuti/materiali derivanti dallo smantellamento della motonave Rosso”.

Da L’Espresso





Come stai trovando il mare nell’area da Nocera Terinese a Pizzo?

14 08 2009